Le emozioni secondo Thomas Gordon

Scritto da Silvia Cinti    Il giorno 23 settembre 2013    in:
emozioni thomas gordon

Visto che è sempre il momento giusto per aprire le porte alle emozioni, il nuovo tema firmato Gordon che desidero proporvi parla proprio di questo.

Ricordo chiaramente quando mi sono trovata per la prima volta a toccare quest’argomento durante un corso aziendale. Quello che ho provato è stata una consapevolezza duplice, ovvero: la mia personale convinzione dell’importanza di parlare delle emozioni per farne conoscere meglio le potenzialità, ma nello stesso tempo un certo imbarazzo quasi che, nel sentire collettivo, lavoro ed emozioni non potessero andare d’accordo…!

Emozioni e lavoro

Di solito si tende a collegare la parola “Emozioni” all’emozionarsi, inteso come perdita delle nostre abilità razionali, in definitiva perdita del controllo e del buon senno essenziale nel lavoro.

Eppure…noi siamo anche emozioni.

Il fatto di emozionarsi non è un segno di debolezza, ma una conferma del fatto che siamo vivi!

Parlare delle emozioni, conoscerle meglio, anche nel nostro campo lavorativo, in ufficio, con i colleghi e i clienti, ci permette di avere una consapevolezza in più, una “marcia” in più.

Pensiamo solo al fatto che le emozioni sono contagiose. Un capo ansioso crea un ufficio ansioso, così come un capo stressato crea un ufficio stressato.

“Sviluppare le abilità emotive è senza dubbio difficile, ma l’esperienza ci dice che è attualmente l’elemento più importante per la formazione di un leader” (Welch, 2004)

Vi è mai capitato di provare un certo disagio, senza capire perché? Diciamo, di essere irritabili in una giornata, senza motivo apparente. Le emozioni agiscono naturalmente, non se glielo diciamo noi, anzi, sono loro a parlarci!

Come dire: il fatto che noi sentiamo o no l’emozione in modo consapevole non toglie che (anche se volessimo non badarci) esisterebbe comunque.

Quindi tanto vale, dato che le emozioni esistono in noi, vedere come impiegarle al meglio.

Controllo della rabbia non vuol dire “non arrabbiarsi”

Ho pensato di portare un esempio sulla rabbia, che è un’emozione tanto diffusa quanto affascinante.

Se facciamo fatica a sentire le emozioni in generale e a “dare loro un nome preciso”, penso che invece con la rabbia non ci possiamo sbagliare: lei sa bene come farsi sentire! E in questo sta anche la sua forza, perché ci aiuta ad aprire la porta all’intero nostro mondo emotivo.

Per parlarne e per dimostrare l’impatto del pensiero di Thomas Gordon non solo secondo la mia convinzione e attraverso le mie parole, ho pensato a una psicoterapeuta americana che si è specializzata proprio sulla rabbia. Vi riporto un brano tratto dal testo “La danza della rabbia” di Harriet Lerner, in cui racconta come Gordon le abbia insegnato a comunicare la rabbia  (come abbiamo visto negli articoli sulla “gestione dei conflitti” e sul “confronto efficace“), ma soprattutto a prenderne coscienza trasformandola in modo che entrambe le parti della relazione ne traggano vantaggio.

Nonostante in questo brano lei parli come madre, Thomas Gordon stesso sottolinea che gli utenti dei suoi corsi “sovente rimarcavano di essersi sorpresi ad applicare in tutt’altro ambito ciò che avevano appreso”, a significare che le ‘modalità Gordon’ di relazionarsi possono diventare un vero e proprio modo di essere “trasportabile” dalla famiglia all’ufficio e viceversa…

La prima volta che lessi qualcosa sul modo di trasformare la rabbia in messaggi dell’io fu alcuni anni fa nel trattato di Thomas Gordon Parent Effectiveness Training. Ricordo anche la volta in cui decisi di mettere in pratica la sua teoria. Stavo lavando i piatti quando vidi mio figlio Matthew, che allora aveva tre anni, seduto al tavolo della cucina che con un coltello affilatissimo tagliava una mela. La conversazione che seguì fu più o meno questa:

Io: Matthew, metti giù il coltello o ti taglierai!

M: No!

Io (con tono arrabbiato): Ti ho detto di metterlo giù!

M: (ancora più arrabbiato) No!

Io (gridando): Sì, mettilo giù!

M: No!

A quel punto della nostra lotta per il potere, mi ricordai ciò che avevo letto riguardo i messaggi dell’io di Gordon. (…) Così un attimo dopo gli parlai: “Matthew, quando ti vedo con un coltello in mano, mi fai paura perché temo che tu ti possa far male”. A quel punto M. mi guardò negli occhi e disse con calma: “Questo è un tuo problema”. Al che io replicai “Hai perfettamente ragione. E’ un mio problema se ho paura e perciò mi occupo del mio problema togliendoti dalle mani quel coltello! E così feci. La cosa che più mi stupì fu vedere che Matthew rinunciava al coltello con facilità, senza discutere e senza sentirsi ferito nell’orgoglio

L’alleanza con le proprie emozioni

Certamente le modalità per far nostro il “messaggio io” sarà del tutto personale.

Ma credo che la chiave sia l’identificazione del nostro sentimento, la capacità di comunicarlo senza sfogarlo sull’altro, imparando a trasformare la rabbia in affermazioni chiare che riguardano noi stessi senza colpevolizzare gli altri.

Tutti elementi fondamentali per un clima aziendale sereno, fino a determinare conseguenti incrementi nella performance e grandi possibilità di sviluppo ed efficacia nel decision making.

Le emozioni, in definitiva, sono amiche e sono utili!!

Sottolinea Daniel Goleman (2003, per la Harvard Business Review):

“In momenti duri la parte soft viene tagliata. Ma l’intelligenza emotiva sembra non essere così soft.

Se la scarsa intelligenza emotiva mette in pericolo la nostra abilità di prestazione, di affrontare le criticità o di essere empatici in momenti di crisi, la sola attenzione ai risultati non ci aiuterà nella carriera.

L’intelligenza emotiva non è un lusso che si può diminuire in tempi duri. E’ uno strumento fondamentale che, se utilizzato bene, può rappresentare la chiave di successo professionale”

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